Romanzo

2 Febbraio 2026

di Valentina Villani

L’Arminuta

Tempo di lettura: 4 minuti

Ci sono romanzi che toccano corde cosí profonde, originarie, che sembrano chiamarci per nome. È quello che accade con L’Arminuta fin dalla prima pagina, quando la protagonista, con una valigia in mano e una sacca di scarpe nell’altra, suona a una porta sconosciuta. Ad aprirle, sua sorella Adriana, gli occhi stropicciati, le trecce sfatte: non si sono mai viste prima. Inizia cosí questa storia dirompente e ammaliatrice: con una ragazzina che da un giorno all’altro perde tutto – una casa confortevole, le amiche piú care, l’affetto incondizionato dei genitori. O meglio, di quelli che credeva i suoi genitori.

Arminuta è una parola dialettale abruzzese e significa “la ritornata”, e così si intitola l’omonimo romanzo con cui Donatella Di Pietrantonio vince, nel 2017, il Premio Campiello. La sua Arminuta, tuttavia, non ritorna volontariamente in un luogo conosciuto, bensì viene rimessa al suo posto da qualcun altro, come un oggetto consegnato indietro: in questo movimento, brusco e unilaterale, risiede già parte del romanzo.

«A tredici anni non conoscevo più l’altra mia madre».

La storia, narrata in prima persona, comincia con una frase che contiene già uno strappo irreversibile. La protagonista, che non ha nome, viene riportata alla famiglia d’origine di punto in bianco, dopo aver trascorso i suoi primi tredici anni con l’uomo e la donna che ha sempre creduto essere i suoi genitori biologici. La narrazione inizia da qui: non è dato conoscere le cause di questo evento, né a noi né a lei, che infatti viene identificata fin da subito con il nome dell’accaduto che la definisce.

Siamo in Abruzzo, tra la costa e l’entroterra, in un piccolo paese segnato dalla povertà e da rapporti familiari ruvidi. Sono gli anni Settanta, un tempo in cui le possibilità sono poche, i ruoli sembrano già assegnati e lo spazio per scegliere è minimo. Così l’Arminuta passa da una vita accogliente e affettuosa a una casa povera e affollata, segnata dalla fame e dalla fatica. Le stanze sono condivise, i letti stretti, il cibo contato. I fratelli sono molti, i genitori biologici duri, chiusi in un’esistenza che non lascia margine alla cura. Al padre che l’ha cresciuta — e che improvvisamente la restituisce — la ragazza chiede inizialmente di essere ripresa, incapace di comprendere ciò che sta accadendo. «Domani vediamo, aveva detto il padre, ma poi si è dimenticato».

Il ritorno nel contesto di nascita coincide con un ingresso forzato nell’adolescenza. Non c’è gradualità, non c’è accompagnamento: la crescita è una caduta improvvisa in un mondo sconosciuto, esposto, pauroso.
«Gli anni da figlia unica non mi avevano insegnato a difendermi, subivo gli attacchi, impotente e rabbiosa». Il corpo della ragazza è continuamente esposto allo sguardo degli altri, alla povertà, a esperienze ambigue e difficili da nominare. Il paese osserva, giudica, assegna ruoli e nemmeno la scuola, che dovrebbe offrire uno spazio neutro e protetto, riesce a svolgere questa funzione, rivelandosi un altro luogo di esposizione. «Qualcuno aveva attaccato al banco dove stavo per sedermi un’etichetta invisibile. Ero l’Arminuta, la ritornata».

Il romanzo, oltre a essere una storia di adolescenza, attraversa anche il tema della maternità, osservata senza idealizzazione. La parola “mamma” si incrina, si confonde, diventa impronunciabile: «Non l’ho mai chiamata, per anni. Da quando le sono stata restituita, la parola mamma si è annidata nella mia gola come un rospo che non è più saltato fuori».

La protagonista si scopre così orfana pur avendo due madri vive, incapaci entrambe di offrirle un luogo stabile. In questo paesaggio duro, fatto di mancanza e silenzi, la vera svolta non è individuale ma risiede, come spesso accade, nelle relazioni. Sarà Adriana, la sorella minore, affamata, spigliata, forte e lucida, cresciuta dentro lo stesso Abruzzo aspro e povero, a diventare l’unico punto fermo per la protagonista. Tra le due si costruisce una complicità istintiva, fatta di corpi che si tengono al sicuro di notte, di alleanze tacite e di tentativi per sopperire alle reciproche mancanze. «Mia sorella. Come un fiore improbabile, cresciuto su un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia. Da lei ho appreso la resistenza».

La formazione, allora, in questo caso non passa dalla conquista di sé ma dalla capacità di restare insieme dentro ciò che fa male. L’Arminuta è un romanzo di soglia tra infanzia e maturità, tra appartenenza e perdita, tra ciò che viene imposto e ciò che lentamente si impara ad abitare. È profondamente radicato in un luogo e in un tempo — l’Abruzzo degli anni Settanta — ma la sua forza sta nel modo in cui quel passaggio diventa universale.

Il ritorno forzato, la perdita dei punti fermi, lo spaesamento di fronte a un mondo che improvvisamente non si riconosce più parlano anche a chi cresce oggi, a chi attraversa un’età o un momento in cui tutto sembra cambiare insieme.
Non è solo la storia di una ragazza restituita a una famiglia, ma la metafora di ogni passaggio in cui ci si scopre nuovi, esposti, senza appigli certi, costretti a uscire nel mondo prima di aver imparato a leggerlo. È in questa tensione che il romanzo continua a farsi capire, a distanza di anni, da chi cerca parole per un tempo difficile, da chi sente di non appartenere più del tutto a ciò che era.

Per questo L’Arminuta, pur essendo un libro breve e asciutto, continua ad accompagnare i suoi lettori raccontando la crescita come un territorio instabile, in cui il mondo può crollare all’improvviso, ma nel quale resta possibile imparare a resistere. E, forse, a riconoscersi diversi da come si era, senza per questo sentirsi perduti.

Scritto da
Valentina Villani