
C’è un momento preciso in cui molti adulti si sentono improvvisamente vecchi. Succede quando ascolti una conversazione tra adolescenti: “Mi ha ghostato.” “Era una situationship.” “Che red flag.”
“Crush clamorosa.”
E lì succede qualcosa di interessante: invece di sentirci curiosi, spesso ci sentiamo esclusi. Come se quelle parole nuove fossero una porta chiusa anziché un invito a capire un mondo diverso. Quelle parole nuove non nascono per allontanare gli adulti. Nascono perché ogni generazione prova a dare un nome diverso alle relazioni, alle emozioni, alle fragilità. Cambia il lessico perché cambia il mondo attorno. E, qualche volta, sotto termini che sembrano frivoli o incomprensibili, ci sono bisogni antichi: affetto, appartenenza, paura di essere rifiutati.
Spostiamo la telecamera. Provate a pensare a un gruppo di giocatori abituali. Dopo qualche mese, ogni tavolo sviluppa un proprio linguaggio interno. Si comincia a parlare di “buildare”, “tankare”, “fare kingmaking”, “triggerare effetti” o “pushare una strategia” con assoluta naturalezza. E chi arriva nuovo al tavolo resta spaesato. Ascolta parole conosciute usate in modi misteriosi, ride mezzo secondo dopo gli altri, cerca di capire se quella frase fosse tecnica o una battuta.
Sul tavolo, intanto, gira una ciotola di caramelle colorate di quelle dai gusti improbabili, tipo quelle del maghetto con il fulmine sulla fronte, per intenderci. Che costringono tutti a discuterne per minuti interi: “questa era pesca?” “No, secondo me mango.” “Ma va, sa chiaramente di detersivo ai frutti tropicali.”
Ma un buon tavolo da gioco non pretende che il nuovo arrivato parli subito come tutti gli altri. Lo accompagna. Spiega senza umiliare. Traduce quando serve e, soprattutto, lascia il tempo di entrare nel ritmo comune. In fondo, ogni tavolo ogni linguaggio funziona così. All’inizio sembra strano, quasi respingente. Poi qualcuno ti fa spazio nella conversazione. E a quel punto smetti di sentirti straniero.
Vabbè, ovviamente, in questo elenco deve essere citato Dixit. Non so se esista ancora qualcuno che non lo conosce, ma, sostanzialmente, è un gioco dove le immagini diventano linguaggio personale. E poichè la stessa carta può significare cose completamente diverse a seconda di chi la guarda, è un ottimo apri pista per i temi che ci siamo raccontati sin qua.
Caramella in bocca: questa era molto dolce, meno male!
Sicuramente meno noto è invece So Clover! Questo è un gioco collaborativo in cui, insieme, dobbiamo trovare parole che riescano a legare più significati. È una vera palestra per le associazioni mentali, linguaggi impliciti e tentativi di ricostruire il pensiero degli altri. Molto interessante sul tema del “capirsi”, perché a partire da competenze che si danno per comuni e assodate, si può scoprire come per alcuni ci siano dei significati molto distanti.
Spostiamo ora l’attenzione su qualcosa che vada a creare anche della tensione al tavolo. Decrypto è il primo candidato che mi sento di consigliare. Si tratta di generare una sorta di linguaggio in codice: bisogna comunicare abbastanza perché il proprio gruppo capisca, ma non troppo da farsi comprendere dagli altri. Ci sono infatti parole da far indovinare, senza che riescano prima gli avversari. Molto importante quindi lavorare sui terreni comuni, sulle analogie, su quello che fa parte di una cultura (o sub-cultura) condivisa dal proprio gruppo, ma estranea all’altro. Se cercavamo un modo per analizzare il lessico… questo gioco ci metterà alla prova nel farlo.
Chiudo con un gioco che ultimamente si sta facendo largo (almeno, nella mia scuola) anche in una versione digitale di sole parole. Sulla parte di vocaboli lo trovate come Il Camaleonte, ma io vorrei proporvelo in una sua versione di diversi anni fa (ma riproducibilissima in aula) dal titolo: A Fake Artist Goes to New York. Qualcuno al tavolo non conosce la parola nascosta, ma deve fingere che non sia così. Ciascuno deve disegnare un pezzettino su una figura comune cercando di essere abbastanza convincente, ma senza che gli ignari possano dedurre molto sull’immagine finale. Perfetto per parlare di spaesamento linguistico e sociale, passando però da un media che aiuta anche chi ha difficoltà con la lingua, favorendo così l’inclusione.
Acc! Questa invece era alla pozzanghera. Vado a sciacquarmi la lingua.
Spuntino consigliato: una ciotola di caramelle colorate di quelle dai gusti improbabili

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