Romanzo

21 Settembre 2026

di Valentina Villani

L’appello

Tempo di lettura: 4 minuti

E se l’appello non fosse un semplice elenco? Se pronunciare un nome significasse far esistere un po’ di più chi lo porta? Allora la risposta “presente!” conterrebbe il segreto per un’adesione coraggiosa alla vita. Questa è la scuola che Omero Romeo sogna. Quarantacinque anni, gli occhiali da sole sempre sul naso, Omero viene chiamato come supplente di Scienze in una classe che affronterà gli esami di maturità. Una classe-ghetto, in cui sono stati confinati i casi disperati della scuola. La sfida sembra impossibile per lui, che è diventato cieco e non sa se sarà mai più capace di insegnare, e forse persino di vivere. Non potendo vedere i volti degli alunni, inventa un nuovo modo di fare l’appello, convinto che per salvare il mondo occorra salvare ogni nome.

Tutti noi, in misure diverse, conserviamo un ricordo dei lunghissimi anni trascorsi tra i banchi di scuola. Chi poi vi è tornato da adulto, questa volta da docente, sa bene quanto quell’universo sia cambiato: i programmi hanno lasciato il posto alle Indicazioni ministeriali, la didattica si è trasformata, le classi sono diventate più eterogenee e il rapporto tra studenti, insegnanti e famiglie continua a ridefinirsi. Eppure, in mezzo a tanti cambiamenti, c’è un rito che resiste quasi immutato: l’appello.

Cambiano i nomi – alcuni riesumati da un passato remoto, altri ispirati alla letteratura, alla mitologia o provenienti da lingue che costringono l’insegnante a un piccolo esercizio di fonetica ogni mattina – ma il gesto rimane lo stesso: un elenco pronunciato a voce alta, una risposta automatica, una spunta sul registro. È un’azione così abituale da essere diventata quasi invisibile, ridotta a una formalità necessaria – tra incombenze burocratiche sempre più numerose – necessaria per annotare assenze e ritardi prima che la lezione abbia inizio.

Eppure vale la pena interrogarsi proprio su quel rito che, da sempre, apre la giornata scolastica di studenti e insegnanti, e chiedersi: che cosa significa davvero chiamare una persona per nome? Che cosa accade quando una voce ne attende un’altra? Alessandro D’Avenia ha costruito attorno a queste domande il suo romanzo “L’appello” (2020), trasformando uno dei gesti più ordinari della scuola in una riflessione sul riconoscimento, sulla presenza e, in fondo, sul significato stesso dell’educazione.

Il protagonista è Omero Romeo, insegnante di Scienze diventato cieco dopo una malattia improvvisa; tornare in classe per lui significa capire se sia ancora capace di abitare il mondo, prima ancora che se sia ancora in grado di insegnare. In tale contesto, la sua cecità non è un mero artificio narrativo costruito per commuovere il lettore, ma il dispositivo attraverso cui D’Avenia ribalta una convinzione profondamente radicata: guardare l’altro da noi non coincide necessariamente con il comprenderlo.
Omero è infatti costretto a rinunciare proprio allo strumento che consideriamo più affidabile e per conoscere i suoi studenti gli restano la voce, i silenzi, le esitazioni, il modo in cui ciascuno pronuncia il proprio nome. Così l’appello smette di essere la verifica di chi occupa un banco e diventa il momento in cui ogni ragazzo può consegnare agli altri un frammento di sé, tanto è vero che sono gli stessi ragazzi a pronunciare il proprio nome e a raccontare, ogni mattina, che cosa sentono li definisca davvero.

D’Avenia scrive: «I nomi sono il primo vagito e l’ultimo rantolo delle cose». Chiamare qualcuno non significa semplicemente identificarlo, ma riconoscerne l’esistenza, sottrarlo all’anonimato, richiamare alla memoria tutto ciò che quel nome porta con sé: profumi, ricordi, affetti, assenze. Dal momento in cui ci viene donato, siamo noi a occuparlo, riempirlo e caratterizzarlo. Dietro ad ogni nome esiste dunque una biografia che aspetta di essere ascoltata e che spesso rimane invisibile proprio a chi pensa di avere tutto sotto gli occhi; per questo, nell’aula di Omero, l’appello smette di essere un controllo amministrativo e diventa il primo gesto educativo della giornata.

Naturalmente L’appello è anche un libro sulla scuola, e sarebbe impossibile ignorarlo. D’Avenia, che insegna da molti anni, critica esplicitamente un sistema spesso più preoccupato della prestazione che della presenza, ma l’autore va oltre, e la scuola diventa allora il luogo privilegiato da cui osservare un meccanismo che riguarda ogni relazione umana: la facilità con cui sostituiamo la conoscenza con il giudizio. Non a caso il romanzo osserva che «è un paradosso, ma ciò che ci troviamo davanti agli occhi non lo vediamo, anche perché in genere non vogliamo vedere davvero, quanto piuttosto avere conferma di quello che già crediamo di sapere e rimanere ciechi su ciò che non ci conviene sapere».

È una riflessione che supera i confini della scuola e investe il nostro modo di stare al mondo.
Forse è anche per questo che il personaggio più sorprendente è proprio il professore. Omero non salva i suoi studenti perché possiede risposte migliori degli altri adulti; li accompagna perché accetta di mettersi in gioco insieme a loro. La sua fragilità non viene nascosta né superata: diventa il punto da cui può nascere una relazione autentica, ricordandoci che i maestri più credibili non sono quelli che sembrano invulnerabili, ma quelli che continuano a imparare mentre insegnano. Del resto, come ricorda D’Avenia, «l’aula è una cassa di risonanza in cui la vita soffia le storie di ragazzi che mai avremmo scelto».

Alla fine, il titolo rivela tutta la sua forza. L’appello è la chiamata a uscire dall’immagine che gli altri hanno costruito di noi, e forse anche da quella che continuiamo a costruire di noi stessi. Alla domanda «ci sei?», la risposta che D’Avenia affida ai suoi personaggi suggerisce che essere davvero presenti significa, prima di tutto, incontrare qualcuno disposto a riconoscerci oltre ciò che appariamo.

Bevanda consigliata: una tazza di Earl Grey, da lasciare raffreddare il tempo necessario perché anche una conversazione trovi il suo ritmo.

Scritto da
Valentina Villani