
Quando un piccolo uccellino è ancora un uovo, non c’è molto che sappia fare: non sa camminare, non sa cantare, non sa volare. Tutto quello che sa fare è essere covato. E covato, e covato, e covato… Ma quando arriva il momento: Pop! – eccolo che esce. E allora il piccolo uccellino può fare praticamente tutto! Con la loro perspicace semplicità, Ruth Krauss e Crockett Johnson celebrano la promessa di una nuova vita e la fiducia di tutti gli uccellini (e i bambini) appena venuti al mondo.
“C’era una volta un uccellino.
Era appena nato.
Era ancora un uovo.
Non sapeva camminare.
Non sapeva cantare.
Non sapeva volare.”
si apre così l’albo illustrato “L’uovo felice” di Ruth Krauss e Crockett Johnson (Camelozampa), che riaccende in chi legge il ricordo dell’esistenza di un tempo in cui si era creature così piccole che non si sapeva far altro che essere covate.
Sapientemente, Krauss ci rammenta che l’uccellino è già tale quand’è ancora accovacciato nell’uovo, in cerca del momento giusto per fare capolino verso nuove avventure. Proprio come ogni bambina e bambino sono già sé prima ancora che loro — o noi — sappiamo scorgere quel che saranno nel tempo che verrà.
Può esserci capitato, guardando a ritroso la nostra infanzia o quella di un figlio, di ricontattare un ricordo che ci facesse dire: “ero proprio io!”, “eri proprio tu!”. Allora, però, non lo sapevamo ancora.
L’uovo felice si sente al sicuro mentre viene covato, così come una persona bambina si sente al riparo nell’incavo accogliente di una cameretta, di un abbraccio. A un certo punto, però, anche il più morbido dei ripari comincia a sembrare stretto e fa nascere il desiderio di più spazio da inventare, abitare, scoprire.
Mentre si sta nell’uovo, cosa si sogna del fuori? Cosa s’intravvede di quel che sarà dopo la schiusa? Quanti altrove s’immaginano, temono, desiderano, prima di raccogliere le forze per incidere una crepa nel guscio e rendere quella cesura soglia verso un tempo nuovo, una nuova versione di sé?
Crescere è schiudersi, infrangere col becco il riparo abitato a lungo per seguire il richiamo di un mondo più grande, tanto fantasticato ma ancora ignoto. A volte prevale il senso di scoperta, il fascino per il futuro che è ancora un mistero ma appare costellato di infinite possibilità. Altre volte l’idea di fare la muta dischiude un senso profondo di incertezza e la sensazione di star lasciando andare qualcosa di importante di sé.
È così quando si nasce, è così tutte le volte che s’intraprende qualcosa: una scuola, un’amicizia, una cosa mai provata prima tutta da imparare.
Stare accanto a chi cresce è fare come la mamma dell’uovo felice dell’albo di Krauss e Johnson: rendere l’attesa della schiusa un tempo in cui si senta il tepore della fiducia, invitare a sentire che prima o poi sarà il momento, ma non c’è fretta. Ci saranno dei cocci ma si potranno ricomporre in forma di mosaico nuovo. Bisognerà aspettare, ma qualcosa accadrà. Ci sarà da imparare tutto, e questo “immenso non sapere”, come lo chiamerebbe Chandra Livia Candiani, potrà essere la più splendida delle avventure. A volte si cadrà, si vacillerà, si balbetterà un canto prima di riuscire a intonarlo a gola spiegata. Ma un poco alla volta si imparerà ad abitare il tempo nuovo della schiusa, con le sue possibilità e le sue fatiche, fra ostacoli e alleanze.
Riconoscere e tollerare insieme le incertezze e infondere speranza permette a bambine e bambini di sentire che la fatica che provano crescendo e rendendo familiari persone e luoghi ancora inesplorati sono il preludio del volo, del canto, di tutte le maestrie e le felicità che verranno.
Alla fine dell’albo, l’uccellino amorevolmente covato sa cantare, camminare e volare, e spicca il volo in direzione di un altrove precluso allo sguardo della mamma — ma verso cui può muovere con fiducia e in cui saprà divenire compiutamente sé stesso. E un giorno, prima o poi, “covare qualche altro uovo felice”.
Come lo metto in pratica?
Nel libro “La storia di Mina” di David Almond (Salani) la protagonista, che trascorre le sue giornate in disparte a osservare le vite degli altri in cerca di una via di accesso per unirsi a loro, un giorno si accorge che nel nido del merlo c’è un uovo. Osservandolo, capisce di sentirsi proprio come lui: “un essere segreto, nascosto e incompleto”, “aspettando di farmi strada col becco”.
Invitiamo bambine e bambini — e dedichiamoci anche noi — a scrivere come Mina, immaginando di essere dentro le pareti di un uovo, in attesa di scoprire ciò che sarà. Come ci sentiamo, cosa sogniamo o temiamo?
Spuntino consigliato: cereali di sgranocchiare facendo crunch! rumorosamente come durante l’infanzia. Anche l’uccellino dell’uovo felice li apprezzerebbe.

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