Benessere Comunità Educazione

21 Settembre 2026

di Davide Fant

La doppia soglia: adolescenti tra due apocalissi

Tempo di lettura: 4 minuti

L’adolescenza è per eccellenza l’età di passaggio: non si è più bambini, ma non si è ancora adulti. È una terra di mezzo, un’età-soglia.
Potremmo definirla una sorta di apocalisse personale: le certezze crollano, non ci riconosciamo più, ciò che prima funzionava ora non funziona. Il sistema di significati che era stato il riferimento per muoversi nella realtà fino a poco prima crolla; un mondo finisce e dobbiamo inventarcene uno nuovo. Dobbiamo tessere un nuovo racconto di noi stessi.
Per quanto talvolta siamo portati (a posteriori…) a raccontare quegli anni come l’età della spensieratezza, la realtà è spesso ben diversa.
Si tratta di dover rielaborare un lutto, quello appunto dell’abbandono dell’infanzia e la fatica di ricostruirsi da capo.
Per gli adolescenti di oggi però non è finita qui, c’è una difficoltà in più:
anche l’epoca che abitano (e che tutti abitiamo) è un’ epoca-soglia,
anche la società sta attraversando la propria apocalisse.

La promessa mancata

Il momento storico che sperimentano i più giovani non è (solo) caratterizzato dal normale scarto culturale e materiale che caratterizza il passaggio da una generazione all’altra.
Le nuove generazioni oggi si trovano ad essere testimoni dello sgretolarsi della narrazione di senso che ha accompagnato la società occidentale per più di 500 anni.
Era una narrazione che aveva al centro una grande promessa:
Attraverso la ragione, la scienza e la tecnologia l’umanità realizzerà un mondo sempre migliore, più ricco, più longevo, ma anche più democratico, giusto e felice!
Oggi però ci si accorge che quella promessa è stata disattesa:
– Il mondo non è diventato più giusto né più in pace.
– La tecnologia, per quanto si possa evolvere, non ci sta rendendo più felici, anzi, sta contribuendo a rendere il pianeta sempre più difficile da abitare.
– La razionalità e il pensiero scientifico stanno mostrando i loro limiti: senza strumenti per misurarsi con il senso profondo, con il mistero, con l’ineffabile, si sta male.
Tutto questo, se riusciamo a reggerne lo sguardo, ci lascia completamente spaesati, lascia senza più terra sotto i piedi.

Un fallimento che non riconosciamo

Eppure la nostra società occidentale – compreso il sistema scolastico – fonda ancora la propria narrazione su quella promessa, e invece di mettere in discussione questo modello, l’approccio prevalente oggi è quello di estremizzarlo. Si amplifica la dimensione dell’efficienza, della prestazione, della misurazione, della competitività, erodendo anche quella dimensione comunitaria che ancora sopravviveva, lasciando gli individui sempre più soli e privi del significato del proprio agire.

Abitare una doppia crisi

Ci troviamo quindi in questa situazione: un adolescente di oggi non deve solo chiedersi “chi sono, chi sarò?” ma anche, senza avere le parole e la licenza per dirlo: “che senso ha il mondo che mi state consegnando?”, “Perché, se ci siamo persi, se la promessa è tradita, ci chiedete di correre ancora più in fretta? Per andare dove?”.
Le due domande si intrecciano e si amplificano a vicenda.
Si tratta di una sofferenza che in alcuni casi può diventare angoscia.
Se non si riconosce questo intreccio, si rischia di leggere il disagio dei ragazzi come un problema solo individuale — da correggere, da curare, da normalizzare — perdendo di vista che una parte di quello stare male nasce da una domanda più grande, che riguarda tutti noi.

Il privilegio di essere provocati, ribaltati, dalle loro domande

Camminare oggi accanto agli adolescenti significa accogliere e reggere la fatica connessa a questa doppia sofferenza, che spesso si manifesta in vissuti di impotenza, agiti esplosivi o di sottrazione; e significa farlo con pochi strumenti a nostra disposizione perché anche noi siamo in crisi, anche noi siamo persi.
La soglia non è una linea sottile, è lo spazio ampio in cui siamo immersi tutti, che tutti siamo chiamati ad abitare.

Però, nella mia esperienza, questa scomodità di trovarsi a camminare accanto a loro può essere allo stesso tempo un privilegio
Gli adolescenti – come il bambino nella fiaba, così folle da dire la verità e affermare che l’imperatore è nudo – ci costringono a reggere lo sguardo alla voragine di queste questioni; questioni vitali per la nostra società che, più le rimuoviamo, più non stiamo bene, più rischiamo quella psicosi collettiva che altrove ho definito “il grande burnout”.

Le domande che ci portano sono tante:

Cosa significa realizzarsi?
Che senso ha il lavoro?
Cosa significa essere felici?
Perché il progresso non ci ha portati ad un mondo migliore?
Perché se quelle idee hanno fallito continuano ad essere il nostro riferimento?
Perché siamo così soli?
Siamo pronti ad affrontarle senza fuggirle?

La soglia come spazio di gioco emancipante

Abitare una soglia significa abitare uno spazio in cui manca la terra sotto i piedi, e questo è faticoso,
ma ha anche i suoi lati positivi.
È uno spazio in cui ci si può concedere la libertà di osare,
immaginare parole nuove, storie nuove
progettare soluzioni impossibili
senza troppo preoccuparsi di essere “realisti”.

Scrive il filosofo Timothy Morton:

L’epoca che stiamo vivendo è affascinante, complessa e piena di speranza. Il neo-liberalismo si sta sgretolando, o le sue pretese di verità, in una certa misura si sono dissipate. Ma non abbiamo un -ismo capace di sostituirlo, e questa è cosa buona. Significa che siamo in una sorta di fase intermedia. Siamo nell’era dei giocattoli, delle occupazioni, di un eccesso epistemico giocoso, prima che un’altra dinamica di sapere/potere possa risucchiarci. 

Tutto questo cura.
Non possiamo che allearci con i nostri adolescenti, provare a giocare con loro in questa “terra di mezzo” perdendo l’equilibrio insieme.
Negli articoli che seguono proverò a camminare su questa strada, esplorare queste domande, portando qualche racconto, visione, provocazione.

Buon viaggio (scomodo) nella soglia!

Spuntino consigliato:
un bel piatto di funghi matsutake, creature dell’apocalisse: compaiono dopo le deforestazioni, crescono a loro agio in suoli poveri e deturpati, e pare siano stati la prima forma vivente a ricomparire dopo la catastrofe di Hiroshima.

(e tra l’altro, in Giappone, rappresentano l’aroma dell’autunno)

Scritto da
Davide Fant