
Un bambino riceve in dono un coniglietto di velluto. Se all’inizio il giocattolo viene abbandonato e dimenticato su uno scaffale, poi diventerà l’amico più caro del bambino, accompagnandolo nei momenti felici e in quelli difficili. E poi…? Un viaggio accanto alla crescita, nei panni e nello sguardo di un gioco d’infanzia.
C’è un’età della vita in cui i giocattoli sono veri: possiedono una voce, una storia, una personalità. Se chiedete a una persona di meno di dieci anni com’è la voce del suo pupazzo o cosa fa mentre lei è a scuola, state certi che saprà rispondervi senza ombra di dubbio. Giocare infonde anima ai luoghi e agli oggetti. Lo sa bene Altan, che ha immaginato la meravigliosa Pimpa — eternamente capace di sentire la voce segreta delle cose, regina dell’animismo bambino.
L’albo illustrato “Il coniglietto di velluto” di Margery Williams Bianco e Komako Sakai (Kira Kira) si colloca in questa epoca della crescita e ci fa affacciare su quella immediatamente successiva: quando l’incantesimo si incrina. Il coniglietto di velluto protagonista del libro, giocattolo prediletto, viene accudito come un coniglio vero. Un giorno, però, incontra due conigli nel prato. Lui è vero rispetto a quei conigli in carne e ossa? Può saltare, certo… ma solo se il bambino lo lancia in alto. Esiste in virtù della relazione con qualcun altro: è il giocare col bambino e del bambino a renderlo vero. Allora cosa accadrà quando il bambino smetterà di giocare? Anche la verità di cui il coniglietto è ammantato rischia di decadere e finire per sempre.
A un certo punto della storia, dopo un lungo malanno, il bambino parte per il mare dimenticando il coniglietto a casa, e si delinea quel passaggio doloroso che si attraversa quando, crescendo, la voce delle cose smette di sussurrare il proprio segreto. È in questi momenti di passaggio che può aver luogo luogo il rituale, qui incarnato dalla presenza di una fata che sorge dalle lacrime del coniglietto abbandonato. La fata accoglie i giochi cui è giunto il tempo di dire addio; di cui però rimarrà ciò che di vero e autentico hanno custodito: la relazione. Quell’amore, quell’intimità, infatti, erano e rimangono veri anche a distanza di molto tempo. Ecco perché nello sguardo a ritroso verso un gioco d’infanzia non abbiamo l’impressione di osservare un oggetto inanimato ma una creatura vera.
Starsi accanto nell’attraversare i passaggi è difficile perché si va incontro a cambiamenti profondi di immaginario, registro, linguaggio, e a volte sembra di non riconoscere più la pelle abitata fino a un momento prima. Questo accade già da piccolissimi: si impara a stare seduti, il mondo cambia prospettiva. Si muovono i primi passi, le distanze fra sé e il mondo si ridisegnano. Si fanno le prime esperienze fuori dalla casa e dalla famiglia, i mondi si moltiplicano. Non c’è da stupirsi se questi passaggi portano una certa irrequietezza, emozioni ambivalenti.
In tempi e luoghi lontani possiamo osservare riti di iniziazione consolidati per sostenere le creature piccole nella loro crescita. Il libro “Poesia dei popoli primitivi” (Guanda) ne custodisce qualcuno:
“Su! Voi, sole, luna, stelle, — voi tutti che vi muovete nei cieli,
Vi prego, ascoltatemi!
In mezzo a voi è entrata una nuova vita.
Siate d’accordo, vi imploro!
Rendete piano il suo sentiero, ché essa possa raggiungere la cima della prima collina.
Su! Voi, venti, nuvole, pioggia, nebbia — voi tutti che vi muovere nell’aria,
Vi prego, ascoltatemi! […]” .
In questo frammento del “Canto col quale il neonato viene introdotto nel mondo” degli Indiani Omaha dell’America del Nord, vediamo come nell’accogliere una nuova vita e accompagnare la sua crescita sono chiamate all’appello tutte le forze della natura. Non è così strano, allora, che quando una persona bambina o adolescente attraversa un momento di passaggio ci chieda di mettere in gioco tutte le nostre risorse. A offrirci argini saldi mentre tutto muta vorticosamente possono essere proprio i rituali di passaggio e iniziazione, sempre meno presenti nei nostri codici, ma che possiamo fondare di nuovo, su misura di noi.
Come lo metto in pratica?
In famiglia e in classe, offriamo rituali di passaggio per sostenere le nostre persone piccole nell’affacciarsi su epoche nuove della loro crescita. Potrà trattarsi di tuffi grandi, come l’inizio della scuola o la nascita di un bebè; oppure piccoli, ma non per questo meno sentiti, come il dire arrivederci a un luogo delle vacanze dove si è stati felici e che non si vedrà per un anno intero; o anche “solo” salutare il parco dopo un pomeriggio di giochi che si vorrebbe non finisse mai. In classe possiamo immaginare rituali anche per il completamento di un’unità didattica o di un progetto, per onorare ciò che abbiamo imparato, congedarci e inaugurare qualcosa di nuovo.
Spuntino consigliato: i biscotti di Santa Lucia, ricetta rituale che s’impasta una volta l’anno (e si attende per i restanti 364 giorni) e si cuoce per starsi accanto mentre si attraversa un’attesa.

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