
Mentre sto scrivendo, Enola — il cucciolo di due mesi appena arrivato in casa — si è messa ad abbaiare alla propria immagine riflessa nella finestra. Penso sarebbe una scena perfetta per un video social con molte visualizzazioni. I video di cani sono d’altronde tra i più efficaci catalizzatori di frammentazione dell’attenzione del nostro tempo.
Fatta la premessa introduco il tema di questo spuntino. Un secolo fa saper leggere e scrivere era un fatto raro: all’inizio del Novecento solo circa il 10% della popolazione mondiale era alfabetizzato. Oggi siamo vicino al 90%. Il tasso di analfabetismo funzionale in Italia si aggira, invece, intorno al 35%, con questa definizione si indicano le persone tra i 15 e i 65 anni che sanno leggere e scrivere, ma non riescono a comprendere il senso di un testo.
Ogni giorno, direi ogni minuto riceviamo messaggi, notifiche, email, avvisi “urgenti” da cui dipende la nostra vita o felicità… La nostra attenzione è sotto attacco da vie di fuga continue in ogni direzione, da contenuti che crediamo debbano essere letti subito e in realtà non sono scritti per essere davvero letti, ma solo per essere visti. Si diventa così giorno dopo giorno analfabeti, non perché non si sappia leggere, ma perché la routine dell’immediato riplasma lentamente la nostra capacità di capire.
Vista questa diffusione capillare e quotidiana propongo perciò di distinguere questo analfabetismo da quello funzionale e chiamarlo mondano. Il nostro cervello reagisce ogni giorno all’enorme quantità di testo che lo investe attivando una difesa da sovraccarico: non leggiamo davvero, ma anticipiamo e cerchiamo di coglierne rapidamente l’essenza. È una lettura per sorvolo, rapida e funzionale. Se questa modalità risulta efficace per lo spam, per le e-mail inviate in copia a decine di destinatari, per i commenti sotto un post o per le didascalie di qualche video acchiappa-like, essa modifica però anche il senso stesso del leggere. Sia chiaro, la lettura è sempre stata anche una forma di evasione, ma scelta e governata dal lettore: un allontanamento volontario dal presente per entrare, con attenzione concentrata, in un altro tempo e in un’altra voce. Oggi non siamo più noi a uscire dal mondo per entrare nel testo, ma sono molti testi, simultaneamente, a entrare in noi interrompendosi a vicenda e contendendosi la nostra attenzione.
Ci troviamo di fronte a un passaggio epocale, come altri già avvenuti nei milioni di anni della storia umana. Questo può rassicurarci circa la possibilità di adattamento; tuttavia richiede una nuova consapevolezza, soprattutto per chi cresce dentro questo diverso ambiente di vita. E qui sta lo spuntino educativo che vi propongo.
Scrivere e leggere sono atti relazionali: anche quando siamo soli, leggiamo qualcuno e scriviamo per qualcuno. Con l’arrivo di internet, degli smartphone, dei social e dell’intelligenza artificiale, però, la relazione non passa più attraverso un tempo di ascolto concentrato su un solo oggetto alla volta. Avviene piuttosto nella simultaneità di flussi molteplici, spesso contrastanti.
Ivan Illich, nel saggio “Nella vigna del testo – Per un’etologia della lettura” (Raffaello Cortina editore, 1994), descrive un precedente cambiamento epocale, questo medioevale: il passaggio dalla lettura ad alta voce alla lettura silenziosa. In quel momento il testo smette di essere un evento pubblico e condiviso e diventa esperienza interiore. Da un unico testo (sacro) si passa progressivamente a una pluralità di testi specialistici, aprendo la strada alla nascita della dimensione universitaria della società. La società cambia con il modo di leggere e ricercare.
Oggi l’ambiente in cui siamo immersi, più che una vigna pare un campo di rovi.
Il paesaggio culturale è invaso da contenuti che non governiamo più e, tra queste spine cognitive, cerchiamo scorciatoie che promettono un’uscita rapida. Non più una passeggiata ordinata tra i filari, ma un percorso irregolare: scroll infiniti, stimoli continui, brevi raffiche di contenuti orientati dagli algoritmi.
Non è una condanna della tecnologia. Si potrebbe giustamente obiettare che mai come oggi abbiamo avuto accesso, in pochi secondi, a una quantità immensa di testi e contenuti di grande valore. Ed è vero: un orizzonte informativo così vasto non è mai esistito nella storia umana. Ma questa possibilità diventa reale solo per chi sa davvero leggere: per chi è alfabetizzato non soltanto tecnicamente, ma anche nella cura, nell’approfondimento e nella ricerca. Chi non possiede queste competenze, immerso in milioni di testi indistinti, avverte la fatica della selezione e spesso rinuncia: non distingue i filari dai rovi, né riconosce il frutto nella boscaglia. Non si tratta di eliminare gli algoritmi — cosa peraltro impossibile — ma di metterli a cultura, usandoli in modo appropriato nei tempi appropriati. Qui sta insieme la radice e l’effetto di ciò che abbiamo chiamato analfabetismo mondano.
Per fare questo è necessario tutelare spazi di lettura profonda e concentrata in tutti gli ambienti educativi e lavorativi. Disattivare gli avvisi, chiudere la posta, concedersi anche solo trenta minuti al giorno senza interruzioni può sottrarci alla deriva della distrazione. In questa prospettiva si collocano anche le misure in Europa rivolte agli adolescenti: come ad esempio offrire tempi di sosta e custodire, almeno in parte, il loro accesso continuo ai social che non è una proibizione moralistica, ma un atto di cura che può e dovrebbe iniziare fin dall’infanzia.
Spuntino: metti il telefono in modalità aereo, prepara una spremuta d’arancia, porta con te un buon libro e regalati un’ora di libertà in una stanza ben illuminata.

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