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11 Maggio 2026

di Matteo Boca

Aspettare il proprio turno

Tempo di lettura: 3 minuti

C’è una scena che si ripete in quasi ogni partita: hai già deciso cosa fare, magari proprio alla fine del tuo turno precedente, e adesso aspetti. La carta pronta o la pedina tra le dita, e dentro di te quel continuo “dai dai dai” in cui speri tocchi presto a te e, contestualmente, ti lascino quello spazio preciso che è fondamentale per portare a termine il tuo diabolico piano.
È un tempo strano, a cui non siamo più così abituati. Un tempo in cui, da fuori, sembra vuoto, ma che è carico di un sacco di pensieri e relazioni. I giochi da tavolo hanno questa capacità discreta: insegnano a stare dentro un ritmo condiviso. Nessuno gioca sempre, nessuno resta fuori del tutto. Si entra e si esce dal centro della scena, turno dopo turno. E questo, senza grandi proclami, è già un allenamento sociale notevole.

Poi c’è tutto il piccolo mondo delle interazioni. Le trattative sussurrate, i consigli dati con leggerezza, le mezze alleanze che durano il tempo di un giro. Anche nei giochi più semplici si finisce a dire cose come “fidati”, “aspetta un attimo”, “questa ti conviene”. Non serve un regolamento per iniziare a negoziare: basta stare al tavolo abbastanza a lungo.

Non so bene perché, ma pensandoci tutti intorno ad un tavolo, mi è venuta in mente una bella torta Danubio da dividere, quei pallozzi da strappare uno alla volta, mentre aspetti il tuo turno e che il tuo vicino ti chiede “me ne dai uno?” perché troppo concentrato a fare i conti dietro la sua mano di carte.

Credo che il gioco da tavolo ci possa insegnare a migliorare nelle relazioni, insegnandoci a sincronizzare i nostri tempi con quelli degli altri, trovando piano piano un equilibrio che funziona per tutti. Allenare questa capacità di attendere il tempo di tutti, va da sé, può essere declinata sostanzialmente con qualsiasi gioco da tavolo. Ci sarà sempre bisogno di attendere, dare spazio, imparare ad ascoltare, ma anche farsi sotto quando è il proprio momento. Direi quindi che, con la giusta attenzione durante la partita e incoraggiando i giocatori ad ascoltarsi e relazionarsi in modo sano, ogni educatore saprà trarre ottimo profitto anche da una semplice partita a rubamazzetto.

Mi piace però utilizzare i giochi a squadre, nello specifico, perché allenano due tipi di attesa e ascolto: non solo quello relativo al turno di gioco, ma anche quello della discussione all’interno della squadra stessa quando si deve decidere il da farsi.

“Nome in codice” è il primo che suggerirei: prevede che un giocatore per squadra sia messo sul lato opposto del tavolo rispetto ai suoi compagni e, tramite una semplice parola, cerchi di far indovinare quante più parole collegate presenti sul tavolo. Quindi un semplice “Svolazzare 2” innesca ragionamenti tipo “Sarà sicuramente foglia e farfalla…. No aspetta! Forse è tenda! Ma perché non sciarpa, quando vai in bicicletta…” tutti vogliono dire la loro, ma … guarda la faccia dell’altra squadra: una tensione in attesa di poter rispondere mista a eccitazione del sapere quali parole indicare con certezza avendo sbagliato il tentativo precedente.

Ne “Il trauma del tram”, posto che alcune carte vadano escluse a seconda della maturità del gruppo, le squadre addirittura sono mobili: c’è un solo capotreno a turno e le squadre sono divise equamente alla destra e alla sinistra di esso. Bisogna quindi continuamente riallinearsi e coordinarsi con un nuovo mix di compagni.

Ma sai dove può essere messa a dura prova la tensione del dover aspettare il proprio turno? Nei giochi di equilibrio: immagina che tu abbia tolto un pezzo di una torre “Jenga” in maniera molto fortunosa, con un’oscillazione che farebbe invidia alla pendola in casa della nonna… e sta riuscendo a fare la sua mossa persino il giocatore prima di te… sta di nuovo per toccare a te… come ti senti?
Chiudo citando John Ruskin “La pazienza è la capacità di attendere senza perdere la calma.” E chiedendoti se “Me ne dai uno?”

Spuntino consigliato: una bella torta Danubio da dividere

Scritto da
Matteo Boca