
Una storia ispirata a luoghi e vicende reali, splendidamente narrata da Sophie Blackall. Un albo che pagina dopo pagina svela i fili invisibili che ci legano ai luoghi, e a chi li abita prima di noi.
Ripensando all’infanzia, spesso abbiamo la sensazione di volgere lo sguardo a un forziere perduto dentro cui — serrato e inaccessibile — è rimasto depositato quel senso tondo e dorato di possibilità sperimentato quand’eravamo persone molto piccole. La nostalgia che proviamo verso ciò che abbiamo lasciato sepolto a quel tempo, però, può ricondurci anche a un secondo sentimento: quello della perdita.
Crescere è infatti uno stratificarsi di perdite progressive: perdiamo i denti da latte, le scarpe divenute troppo piccole per i nostri piedi, la maestra salutata l’ultimo giorno di un ciclo di scuola, il gioco dimenticato al parco, lo status del più piccolo della famiglia quando nasce una creatura più piccola di noi.
Possiamo aver sperimentato la perdita anche in un’accezione liberatoria: crescendo lasciamo andare le etichette che ci hanno affibbiato da piccoli — la brava bambina, il bambino arrabbiato. Ci pervade allora un senso di sollievo che si vena di spaesamento, perché per lungo tempo queste idee di noi che ci rimandavano gli altri possono essere state uno specchio rassicurante in cui riconoscere qualcosa di certo. Crescere implica l’entrare in intimità con la dimensione della perdita. Fondare questa dimestichezza, però, ha il grande valore di permetterci di far tesoro di ciò che cade perché non cada nel vuoto. La perdita può capovolgersi così in un gesto vivificante che dilata lo spazio, come succede ai sépali che cadono perché il fiore possa sbocciare.
Il libro “Canto per una casa ritrovata” di Sophie Blackall (Terre di Mezzo) è una forma intensa e toccante di possibilità di ritrovare ciò che si era perso.
L’autrice, dopo aver acquistato un casa diroccata, l’ha esplorata trovando frammenti appartenuti alle persone vissute lì cinquant’anni prima: un calendario fermo al 1970, uno spartito stropicciato, un bottone, strappi di carta da parati, quello che sembrava un mucchio di stracci che, una volta lavati e messi ad asciugare, si sono rivelati ventun abiti cuciti a mano. Oggetti abbandonati, apparentemente senza più alcun valore, si sono rivelati essere testimoni di storie e giorni.
Blackall, desiderosa di ricostruire le vite degli ultimi abitanti di quella casa prima di lei, si è messa in cerca di chi li avesse conosciuti e, un poco alla volta, ha cominciato a delineare le vite di dodici bambini e dei loro genitori.
Oltre ai racconti, sono stati anche gli oggetti a offrire sfumature: dalle pagine pur
ammuffite di vecchi quaderni di scuola, ad esempio, sono affiorate piccole peculiarità e tratti caratteriali, capaci di rendere ancora più vivido il ricordo della famiglia e dei suoi componenti. Presto i lavori di ristrutturazione avrebbero distrutto ciò che rimaneva della vecchia casa per farne nascere una nuova ma, prima, l’autrice ha deciso di comporre il suo inno per la casa ritrovata.
È nato così l’albo, le cui illustrazioni sono state realizzate innestando con
la tecnica del collage frammenti di tende, giornali, abiti, rinvenuti da Blackall.
Le dodici infanzie dei bambini, apparentemente dimenticate per cinquant’anni, sono tornate a suonare, giocare, arrabbiarsi, confidarsi, leggere, vestirsi, nutrire le mucche, impilare la paglia e tramutare mestoli in scettri inestimabili. Le stanze e i legami della casa abbandonata sono tornati a pulsare di vita; ciò che sembrava perduto, seppur in altre forme, fra le pagine di questo libro è destinato a
durare per sempre.
Mentre le persone piccole cui stiamo accanto crescono, possiamo anche noi farci custodi, restituire slancio vivificante a ciò che pare destinato a essere lasciato indietro. Possiamo immaginare piccoli rituali per offrire degna sepoltura alle fasi che giungono a compimento: un giocattolo amato che non viene più usato e viene riposto in un giaciglio speciale, il vestito preferito divenuto stretto e donato a una persona più piccola in un momento significativo, una casa da cui ci si accomiata e che si saluta stanza per stanza, sentendo insieme quel che risuona dentro.
Possiamo tenere traccia dei momenti e delle cose volatili ma preziose, come i modi di dire familiari, le parole buffe capovolte di senso, le inaspettate uscite filosofiche di bambine e bambini, l’osservazione di un modo di giocare che ci è parso raccontare molto senza bisogno di parole. Un domani, rileggendo, sentiremo vive, nitide e intatte le voci bambine: sarà il nostro personale canto dell’infanzia ritrovata.
Come lo metto in pratica? C’è un luogo che abbiamo amato e ora ci manca? Un giocattolo per cui proviamo nostalgia? Scriviamo una poesia o una lettera di saluto, il nostro canto ritrovato. Possiamo immaginare di dare voce in prima persona proprio alla casa o al gioco, perché torni a parlarci, farsi vicino anche se apparentemente non lo è più.
Spuntino mentre si assapora la lettura: il piatto che durante l’infanzia amavamo di più, preparato proprio con la stessa ricetta di allora, e fatto assaggiare alle persone piccole cui stiamo accanto.

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