
Una donna ha da poco partorito. Mentre si appresta ad avviare l’allattamento col nuovo nato, non rinuncia al colloquio con le insegnanti del primogenito, collegandosi al cellulare del marito che è presente a scuola ma poco avvezzo a questo tipo di occasioni. La scena parrebbe surreale ma è il racconto di un fatto realmente accaduto in una clinica (e in una scuola) dell’hinterland milanese.
Nonostante la crescente presenza dei padri nelle attività quotidiane dei figli, sono ancora le madri a presidiare la quasi totalità degli spazi scolastici: dalle chat di classe agli incontri con le insegnanti, dai momenti di inserimento al nido fino all’organizzazione dei regali per le maestre. Questa asimmetria non è solo una curiosità statistica: è il segnale di un modello culturale radicato, che continua a collocare le donne al centro della cura e gli uomini in una posizione accessoria, spesso limitata a funzioni di supporto.
La ricerca educativa conferma che la partecipazione attiva dei padri incide positivamente sullo sviluppo dei figli. I bambini che crescono con padri coinvolti sviluppano competenze emotive e relazionali più ampie, hanno maggiori strumenti per gestire conflitti e frustrazioni, beneficiano di un modello educativo ampio e plurale. Coinvolgere i padri significa, in primo luogo, liberarli da stereotipi che li confinano a ruoli produttivi e li escludono dalla dimensione della cura. Ma significa anche, di conseguenza, liberare le madri. Troppo spesso la loro presenza iper-attiva nella scuola e nella vita quotidiana dei figli è frutto di una pressione sociale, di un senso di dovere totalizzante, di un mito che non lascia spazio al desiderio personale. La madre che non partecipa alle chat, che non si presenta sempre alle riunioni, o che osa – addirittura! – non presentarsi alla recita di Natale dei bambini, è una madre considerata “degenere”, mentre un padre assente è semplicemente “molto impegnato”.
La scuola può fare qualcosa per modificare questo modello rigido e squilibrato dei ruoli genitoriali? Senza dubbio, attuando semplici gesti concreti e introducendo nuove abitudini: basta decidere di provare a fare il numero del papà, se il bambino sta male; basta smettere di stupirsi se l’ambientamento alla scuola dell’infanzia venga fatto da un padre; basta dare valore al lavoro della madre, magari invitandola a portare la propria esperienza professionale in classe davanti ad alunni ed alunne. È in quel momento che la scuola mette in atto, nel proprio ambiente scolastico, quella gender revolution* che l’Agenda 2030 evoca, a partire dall’educazione: donne più attive nella dimensione professionale e pubblica, uomini più attivi nella dimensione domestica e di cura.
Si tratta di un processo che richiede tempo, coraggio e politiche lungimiranti, ma che porta benefici concreti: figli più autonomi, madri più libere, padri più consapevoli, comunità più equilibrate.
Suggerimento di spuntino: chips alle lenticchie e al rosmarino, crackers al wasabi o altri cibi insoliti. All’inizio sembrano strani, come i ruoli ai quali non siamo abituati, ma pian piano ci si prova gusto!

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