
C’è un piccolo rito che compio ogni anno quando concludo le lezioni del semestre: appuntarmi ciò che ho imparato di nuovo dai miei studenti, futuri insegnanti ed educatori. Rapidamente il mio quaderno si riempie di appunti, anche se è impossibile ricostruire ogni mio apprendimento che nasce dalla conversazione in aula che, secondo la studiosa afro-americana Bell Hooks, è il dispositivo più democratico di apprendimento che abbiamo a disposizione. E, dal mio punto di vista, anche il più arricchente.
Non tutti gli studenti prendono la parola con disinvoltura in aula, ma se si riesce a creare un buon clima, anche i più timidi e meno avvezzi a prendere in mano un microfono, trovano il coraggio per portare il loro contributo. Il termometro del clima d’aula è dato, per me, dagli studenti stranieri: coloro che vengono in Italia per un Erasmus o un dottorato, ma anche studenti di seconda generazione, un po’ come nelle classi di scuola di tutta Italia. Questi studenti infatti portano saperi, conoscenze, ma anche parole delle loro lingue madri che offrono un contributo prezioso e unico a tutta l’aula.
Quest’anno è stata fondamentale la presenza di Maria Luiza, dottoranda brasiliana, che i primi tempi preferiva non intervenire in aula perché ancora non padroneggiava la lingua italiana. A un certo punto, come accade nel processo di accoglienza, ha preso coraggio e ci ha portato parole e riflessioni che hanno allargato la nostra prospettiva: come professor e professora, che è la parola utilizzata in brasiliano per indicare tutti coloro che insegnano dal nido d’infanzia all’università. Non esiste quella scala gerarchica semantica che in Italia distingue tra educatori d’infanzia, maestri, professori, docenti universitari: tutti sono professori e professoresse. Da metà corso in poi ho, un po’ per gioco, adottato questa espressione per indicare insegnanti e maestri anche dei primi cicli scolastici. Cambiare le parole cambia anche i nostri immaginari.
Ma c’è un’altra parola che ha conquistato l’aula: il verbo esperançare, intraducibile in italiano che esprime una speranza attiva. “Esperançare è alzarsi, esperançare è andare a cercare, esperançare è costruire, esperançare è non arrendersi. Esperançare è portare avanti, esperançare è unirsi ad altri per fare in modo diverso”, scrive Paulo Freire, il grande pedagogista brasiliano, autore de La pedagogia degli oppressi. Un’espressione che esprime il contrario del fatalismo e che riassume il significato più grande e potente dell’educazione e dell’insegnamento.
In tempi in cui si inneggia all’identità occidentale in contrapposizione alle altre, in cui si immagina di poter trasmettere alle nuove generazioni una sola storia, quella europea, una sola lingua, quella italiana, sono convinta che ogni docente possa tenere viva l’attenzione sulla diversità culturale anche solo dando voce ad alunni e alunne che abbiamo in aula. Sono loro la via privilegiata per uscire dalle ristrettezze del pensiero unico e aprire le menti, favorendo un dialogo interculturale che è poi la ricchezza più grande delle nostre aule di scuola e di università.
Spuntino suggerito: se non siete astemi, suggerisco un aperitivo a base di caipirinha, accompagnato da chips di platano croccanti, in pieno stile brasileiro.

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