Romanzo

26 Ottobre 2026

di Valentina Villani

Fortunatamente nera

Tempo di lettura: 4 minuti

Fin da piccola, Nogaye si è chiesta quale fosse il suo posto. Nonostante avesse una casa, una famiglia, degli amici, si è sempre sentita in bilico tra due mondi. Nata in Italia da genitori di origine senegalese, cresciuta in un paesino di provincia, Nogaye ha assorbito tutto il pregiudizio e il rifiuto che la nostra società riserva a chi è “straniero” e ha istintivamente cercato, con tutta se stessa, di appartenere a una maggioranza che la faceva sentire diversa. In questo libro – che fonde memoir e divulgazione – Nogaye Ndiaye ci propone il percorso di decostruzione che lei per prima ha fatto, illuminando quelle zone d’ombra che spesso fingiamo di non vedere o addirittura neghiamo.

Negli ultimi anni il dibattito sul razzismo in Italia ha finalmente iniziato a uscire dagli spazi dell’accademia per trovare posto nelle librerie, nei festival culturali, sui social e nelle scuole, portando con sé parole, ma soprattutto idee, che fino a poco tempo fa sembravano appartenere a un lessico lontano, estraneo a un Paese che si è spesso proclamato antirazzista senza interrogarsi davvero su che cosa il razzismo fosse, e continui a essere. È un cambiamento importante, ma anche inevitabilmente complesso, perché ci costringe, tutti e senza alcuna distinzione, a interrogarci sulla nostra storia e sul nostro presente. In questo contesto, “Fortunatamente nera” di Nogaye Ndiaye occupa un posto particolare, perché riesce a trasformare concetti spesso percepiti come astratti in una storia profondamente personale, dimostrando come le grandi questioni sociali prendano forma innanzitutto nella vita quotidiana delle persone.

Laureata in giurisprudenza all’Università degli Studi di Milano-Bicocca, divulgatrice e attivista, Nogaye Ndiaye è diventata negli ultimi anni una delle voci più autorevoli del dibattito italiano sui temi dell’antirazzismo, anche grazie al progetto Le regole del diritto perfetto, attraverso il quale utilizza i social network, gli incontri pubblici e la formazione per affrontare questioni giuridiche e culturali legate alle discriminazioni.  Prima ancora di diventare uno dei volti più riconoscibili di questo dibattito, però, Nogaye è stata una bambina nata e cresciuta in Italia da genitori senegalesi che, come racconta nel libro, ha trascorso molti anni cercando di comprendere perché il proprio colore della pelle, il proprio nome e le proprie origini sembrassero costituire, agli occhi degli altri, un pacchetto di pregiudizi già pronto da consegnarle ancora prima che potesse aprire bocca. Per questo “Fortunatamente nera” nasce prima di tutto da un’esigenza personale: ricostruire il percorso che l’ha portata a riconoscere il razzismo interiorizzato, cioè quel processo attraverso il quale chi subisce discriminazioni finisce, inconsapevolmente, per assorbirne lo sguardo e rivolgerlo contro se stesso. L’urgenza di questo libro affiora definitivamente quando, ormai adulta, Nogaye ritrova un quaderno di poesie scritto durante l’adolescenza. Tra quelle pagine ce n’è una, composta a tredici anni, intitolata Bianca o nera, sfortunatamente nera: rileggendola comprende che il desiderio di cambiare nome e aspetto, non fosse nato da un’inquietudine individuale, ma da un lungo processo di interiorizzazione dello sguardo altrui, al punto da convincerla che fosse lei a dover cambiare, e non il modo in cui la società continuava a guardarla.

Il memoir segue proprio questa trasformazione. La giovane Nogaye cresce in provincia, evita per anni il Senegal e quella parte della famiglia che ancora non conosce, si convince che modificare alcuni aspetti della propria identità possa renderla più facilmente accettabile e arriva perfino a farsi chiamare “Noghina”, una versione italianizzata del proprio nome che le sembra meno ingombrante. Solo molto tempo dopo, attraverso gli studi, la lettura di autrici e autori afrodiscendenti e due viaggi nel Paese d’origine della sua famiglia, comprende che quella ricerca di normalità non nasceva da un desiderio spontaneo, ma da un lungo processo di adattamento a una società che continuava a ricordarle, spesso con gesti apparentemente innocui, che la normalità aveva un solo volto: la pelle chiara, i capelli lisci, lineamenti diversi dai suoi. È proprio questa presa di coscienza a rappresentare il vero filo narrativo del libro: non tanto la scoperta delle proprie radici, quanto la graduale demolizione di uno sguardo che aveva imparato a considerare se stessa attraverso i pregiudizi degli altri.
L’aspetto più interessante della narrazione è forse il modo in cui memoir e divulgazione riescono a convivere senza entrare in competizione. Ogni episodio autobiografico diventa l’occasione per introdurre un concetto teorico, ma senza trasformare il racconto in una lezione: il lessico dell’antirazzismo non viene imposto al lettore, bensì costruito progressivamente attraverso esperienze concrete, ricordi d’infanzia, episodi scolastici e familiari, fino a mostrare come dare un nome alle cose significhi, prima di tutto, riconoscere che ciò che sembrava un problema individuale appartiene invece a un sistema culturale molto più ampio. È una convinzione che Ndiaye ribadisce spesso anche nei suoi incontri pubblici: nominare un fenomeno significa renderlo finalmente visibile e, quindi, affrontabile. Più che offrire risposte definitive, Fortunatamente nera invita a compiere un esercizio di ascolto. Non chiede al lettore di identificarsi con ogni esperienza raccontata, ma di mettere momentaneamente in discussione il proprio punto di vista e di interrogarsi su quanto le parole, i gesti e perfino i complimenti apparentemente innocui possano contribuire a costruire l’idea di appartenenza o, al contrario, di esclusione. È probabilmente questa la ragione per cui il libro ha trovato spazio non solo tra chi già si occupa di questi temi, ma anche nelle scuole, nei gruppi di lettura e nei festival culturali: perché parte dalla biografia di un’autrice per arrivare a una domanda che riguarda tutti: quella sul modo in cui impariamo a guardare gli altri e, prima ancora, noi stessi.

Alla fine della lettura, anche il titolo smette di sembrare una provocazione e diventa una conquista. Quel “fortunatamente” non cancella il dolore raccontato nelle pagine precedenti, ma restituisce il senso di un percorso che passa dall’assimilazione del pregiudizio alla riappropriazione della propria storia, quella delle origini e quella del propria vita, poiché l’identità non coincide mai con lo sguardo di chi pretende di definirla.

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Scritto da
Valentina Villani