Libri Illustrati

7 Aprile 2026

di Margherita Restelli

La lingua che riconduce all’infanzia

Tempo di lettura: 3 minuti

Tiến, vietnamita di seconda generazione che vive in America, è un accanito lettore di fiabe, anche se sa che la vita non è come quella che si legge sui libri. Eppure, quegli stessi libri gli offriranno parole per raccontarsi e aprirsi ai suoi genitori, infrangendo le barriere linguistiche e generazionali.

Tutte e tutti abbiamo attraversato l’infanzia ma, oltrepassata la soglia che conduce verso la vita adulta, può diventare difficile ricordare cosa significasse autenticamente essere persone bambine, in crescita e mutamento. Si era troppo piccoli per prendere parte alle avventure mirabolanti dei fratelli maggiori, troppo grandi per rannicchiarsi ancora nel covo che fino all’estate prima era stato un nascondiglio perfetto. Mai della giusta misura. Questa smisuratezza sa far sentire stretti o minuscoli ma, a volte, riesce a dischiudere d’improvviso prospettive nuove: “Non è da molto che la mia testa supera d’altezza il parapetto di metallo della portafinestra che è davanti a me […] approfitto di questa nuova visione senza inferriate.” scrive Silvia Calderoni nel suo “Denti di latte” (Fandango Libri). Ma anche: “È da giorni che non riesco a mordere le mele. Mi balla un dente. È la prima volta che sento che un pezzetto di me ha deciso di lasciarsi andare.”

Il corpo che cambia fa sentire creature ibride, sempre fra le soglie, un po’ di qua — nel mondo bambino — e un po’ di là, tese verso il mondo dei grandi, sorgente inesauribile di un mistero fascinoso. Spesso a tenere insieme tutte le versioni di sé in mutamento sono le storie. Quelle ascoltate o lette infinite volte, quelle che rispecchiano e quelle che fanno scorgere parti di sé ancora inesplorate.

“Magic Fish – Le storie del pesce magico” di Trung Le Nguyen (Tunué) è una graphic novel che restituisce sin dal principio il potere della parola narrata nel ricondurre ciascuna e ciascuno verso di sé. Esordisce così: “Per me, il linguaggio è una mappa che ti aiuta a capire dove ti trovi. Se non sai leggere la mappa, ti sei persa”. I genitori del giovane Tiến sono persone rifugiate e faticano a parlare inglese; lui non sa come fare coming out in vietnamita, la lingua d’origine della madre e del padre. La sua ricerca delle parole giuste per dire ciò che prova lo conduce verso la fiaba, il linguaggio che lega lui e i suoi genitori. Per imparare l’inglese, infatti, Tiến e la sua famiglia leggono ad alta voce delle storie. A volte le fiabe in inglese ricordano quelle vietnamite e dischiudono un terreno comune, in cui tradizioni e lingue diverse si incontrano, intrecciano, parlano. Si fondano così nuovi modi possibili per dirsi e per capirsi.

“L’intreccio ibrido di vietnamita e inglese che parlo con la mia famiglia è incredibilmente speciale per me. È il suono di persone provenienti da mondi molto diversi che fanno del loro meglio per riunirsi e sentirsi a casa” scrive l’autore nella postfazione. “E così ho deciso di raccontare la piccola storia di un ragazzo e di una madre che cercano di capire come esprimere l’amore senza il beneficio […] di un linguaggio comune che faciliti il loro linguaggio.”

Se in questa storia le parole mancano perché manca una lingua comune in senso letterale, lo stesso accade in senso metaforico durante la crescita di tutte le creature e tutte le famiglie. Ogni infanzia ha la sua voce, ci chiama, ma non sempre riusciamo a sentirla: la mappa, anche se c’è stato un tempo in cui l’abbiamo conosciuta a menadito, è andata perduta. Possiamo allora sperimentare la sensazione di non avere le parole per metterci autenticamente in conversazione con le persone piccole e per decifrare ciò che proviamo nello star loro accanto. È una sensazione di grande spaesamento: è come dover fare ritorno a quando la parola usciva a stento – balbuziente – dalle nostre bocche di in–fanti: letteralmente, coloro che non sapevano parlare.

La bellezza di questo libro è che riesce a restituire un’immagine perfetta di una forma di silenzio che non è mancanza di parole ma ricerca di un nuovo lessico famigliare. Apre uno spazio di pensiero sulle parole e ci mostra come le storie possano aiutarci a fondare linguaggi nuovi per dire e per dirci, costellare di rifugi possibili la nostra mappa mentre accompagniamo chi cresce nel delineare la propria.

Come lo metto in pratica?

Una proposta per le classi: chiediamo a bambine e bambini o ragazze e ragazzi di portare una fiaba a cui sono affezionati. Chiediamo di raccontarla a voce e cerchiamo le parole, le scene e i sentimenti che la rendono così importante per loro. Lasciamo che affiorino le parole del lessico famigliare: siano esse in italiano, in dialetto, in lingue di altri paesi o frutto di innesti peculiari e originali della specifica famiglia in cui la storia veniva narrata. Costruito il nostro archivio di fiabe, proviamo a tracciare insieme una fiaba nuova, frutto di un insieme di voci che si orchestrano per risuonare insieme.

Spuntino consigliato: a proposito di fiabe che hanno costruito immaginari, un trancio di focaccia caldo e fragrante, come quella che Cappuccetto Rosso portava in dono attraverso il bosco.