
Genova, primo giorno di scuola primaria. La maestra chiede ai bambini seduti in prima fila di dire i loro nomi: Aisha, Guang Xiang e Dmytro. È stupita e commenta, alla presenza dei bambini e dei loro genitori, “che nomi strani!”.
La scuola italiana è un luogo privilegiato per costruire una società accogliente e inclusiva ma per farlo è necessario che ogni docente accetti la sfida di uscire dalla famigliarità dei propri suoni e linguaggi, così come dalle abitudini maturate negli anni. Un processo né scontato né semplice.
Chi insegna in un contesto multiculturale conosce bene le emozioni che si provano all’arrivo di un nuovo alunno straniero in classe. Non sempre prevale la gioia e l’entusiasmo, più spesso la sorpresa, a volte lo sconforto e il timore che l’equilibrio della vita in classe venga in qualche modo turbato. Il nome difficile da pronunciare in qualche modo descrive la sfida insita nell’arrivo stesso di un nuovo alunno e alunna che magari non conosce l’italiano e riparte da zero nel suo processo di apprendimento.
Ma proviamo a metterci nei panni di quel bambino o di quella bambina arrivati da lontano. Il loro nome, carico di significato, legato a storie famigliari di nonni lontani, a tradizioni spirituali e culturali ricche di valore e significato, diventa improvvisamente con l’entrata a scuola una barriera tra sé, i compagni, gli insegnanti. Italianizzarlo o storpiarlo, perché più semplice da ricordare, sono pratiche di negazione di una storia e di un’identità, dal sapore neocoloniale. In fondo quella del nome è una metafora dell’incontro interculturale che sempre richiede di uscire da suoni e parole note, da abitudini prestabilite, da dinamiche irriflesse e standardizzate che tutti attiviamo in aula.
Alcuni ragazzi di origine straniera che hanno concluso il proprio iter scolastico, spesso con successo, descrivono, nel libro Tra i bianchi di scuola, di Esperance Hakuzwimana (Einaudi, 2024), come momenti più sfidanti della propria carriera l’esame di maturità e… l’appello. Quel momento in cui, nei primi giorni trascorsi a scuola o all’arrivo di un nuovo supplente, la difficoltà di pronuncia del proprio nome, la richiesta di ripeterlo e non di rado la scorciatoia che porta a semplificarlo, rendono evidente il senso di estraneità di molti alunni e studenti di origine straniera.
Accogliente è quel docente che accetta, al primo incarico o alla soglia della pensione, di imparare qualcosa di nuovo piuttosto che cedere all’abitudine, alla stanchezza e alla pigrizia. Il nome porta con sé una storia, un’identità, un’unicità che va accolta senza riserve e che ci offre l’occasione di uscire dal nostro etnocentrismo. Ricordiamoci: Carla, Maria, Antonella, Patrizia, sarebbero senza dubbio nomi strani e impronunciabili se fossimo noi a mettere piede in una classe di Pechino!
Suggerimento di spuntino: noci, mandorle e semi di zucca, sono cibi naturalmente ricchi di fosforo, che favorisce attenzione e memoria, ingredienti fondamentali per accogliere e insegnare in contesto multiculturali e non solo!

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