
È mezzanotte, la febbre sta scendendo. Un bambino si sveglia. La mamma che fino a quel momento l’ha curato, accanto a lui, dorme. Il bambino sente delle vocine provenire dal cuscino. Scopre così le fate-formiche, piccole creature gentili che sono venute a trovare la sua mamma. Prima di andarsene, le lasciano l’anello che lei regalò loro da bambina. Al risveglio la mamma troverà il suo bambino guarito e quello strano anello che le ricorda qualcosa…
Tutte e tutti abbiamo un ricordo che viene da lontano: quella volta in cui ci è stata narrata una storia che ha fatto scomparire il mondo esterno e ci ha catturato con tutto il suo incanto.
Oggi, che le storie e le stories sono un brusio di sottofondo costante, quell’incanto ancestrale sembra andato perduto. Esiste una via per tornarci? La lettura e la parola narrata possono farsi arte del re-incanto, riaccendere quel sentimento che all’inizio dei tempi devono aver sperimentato le popolazioni antiche raccogliendosi intorno al fuoco?
Quando le comunità si tenevano al caldo raccontandosi storie, fuori non esisteva più nulla. Solo notte, pericoli e freddo. Attorno al fuoco, però, le fiamme imbambolavano gli occhi come un cinema primordiale. Immaginiamo di essere lì. La voce di qualcuno di saggio ci fa immaginare altri mondi, altre vite, altre storie, permettendoci di viaggiare per chilometri senza doverci spostare di un passo. La prima sensazione che possiamo sperimentare è quella di calore: il tepore del fuoco e quello dei corpi che si stanno vicini.
Pensiamo a quando una creatura molto piccola, in braccio a una persona adulta, la ascolta parlare o narrare. Magari non coglie il senso delle parole, eppure pende dalle labbra di chi gliele dice. Sente l’intenzione di quella voce che le sta accanto e le svela il mondo come fosse un segreto. Ecco che l’antico fuoco delle storie si riaccende e, insieme a lui, l’incanto.
La prima forma con cui ci si rivela l’incanto della narrazione è infatti un genitore o un nonno che ci racconta qualcosa prima di dormire, o cucinando, o camminando insieme per strada. Scrive Sabrina Giarratana nel suo romanzo “La parola muta”: «Il primo ricordo che ho di quando ero bambina è mia madre che canta una ninnananna seduta sul bordo di un letto matrimoniale“. “Mi cantava in olandese e io non capivo quello che diceva”. “Amavo il mistero racchiuso in quelle parole pronunciate nella sua lingua sconosciuta. Amavo la musica che arrivava da quelle parole. Amavo l’amore che, da qualche parte, in quelle parole doveva essere stato scritto per me, perché io lo sentivo, mi arrivava».
“Le fate formiche” di Shin Sun-Mi (Topipittori), è un albo illustrato in cui i corpi di una madre e un figlio si stanno accanto con lo stesso amore e lo stesso mistero che racconta Sabrina Giarratana. La storia si apre con una scena quotidiana: un bambino ha la febbre e sua madre si prende cura di lui. La loro intimità condivisa si fonda su gesti minimi: una carezza, una benda calda, rimboccare le coperte. In questo spazio così rarefatto, lo stare insieme non ha direzione né scopo: si riduce al puro e prorompente essere insieme qui.
Lo starsi accanto con così tanta autenticità e semplicità permette alla persona adulta e a quella bambina di ritrovarsi a metà strada fra l’età adulta e l’infanzia, in un luogo in cui anche chi è cresciuto può ricordare cos’è stata l’infanzia. Forse a compiere l’incantesimo, in questo albo, sono proprio i gesti che la madre offre al bambino: versare la medicina, provare la febbre, vegliare perché la guarigione arrivi presto. Infondere fiducia e allenare la pazienza per tollerare quel momento di attesa e sofferenza.
Quando la madre era bambina, qualcuno ha riservato per lei questi stessi gesti e, adesso che lei si trova a dispensarli al figlio, le sembra di percorrere a ritroso un copione antico, ma a ruoli invertiti. Ecco allora che l’incanto si accende e la madre può tornare bambina ancora una volta. Mentre la donna si assopisce, infatti, fanno capolino creature minuscole che sussurrano al bambino: sono le fate formiche, microscopici numi domestici che si prendono cura di chi sta male.
Quel che per il bambino è più straordinario, però, non è la comparsa delle fate formiche di per sé, ma la scoperta che conoscono la sua mamma sin da bambina: glielo dimostrano porgendogli un anello ricevuto in dono da lei. Ora, però, la donna ha dimenticato l’anello e, con esso, anche l’esistenza delle fate formiche.
Quando la madre si sveglia e scorge l’anello, le basta un istante per ricordare l’infanzia, le fate formiche, quella dimensione d’incanto dimenticata e che ora, qui, insieme al suo bambino, sperimenta di nuovo.
Ecco, uno dei gesti che noi persone adulte possiamo compiere per praticare l’arte del re- incanto è rinnovare l’intimità con le bambine e i bambini che siamo stati. Così ritroveremo gli amuleti e risveglieremo le fate formiche, proprio come fa questa madre.
Anche ciò che sembrava perduto — l’anello-amuleto dell’infanzia — può essere ritrovato.
Come lo metto in pratica? Ritroviamo la nostra sorgente d’incanto. Chi raccontava per noi durante l’infanzia, e come? Cosa ci incantava del suo narrare?
Spuntino mentre si assapora la lettura: Baozi, panini sofficissimi ripieni di carne o verdure. Comfort food per quando ci si deve rimettere in sesto e merenda deliziosa che le nonne preparano per i nipotini.

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