
Ci sono giochi che, a me, sembrano essere pezzi rari di un collezionista. Carte protette dentro a bustine trasparenti precise al millimetro e, a volte, anche schede riassuntive plastificate. Tutto perfetto, immacolato, pronto per essere ammirato e resistente al tempo. Io non faccio così. Non imbusto le carte. E non perché voglia rovinarle, non fraintendetemi. Non strappo, non sgualcisco, non piego a caso. Ma mi piace che i materiali di gioco tocchino il giocatore, che una parte del gioco resti su di lui, come una parte del giocatore segni il gioco stesso.
Il motivo è semplice: l’usura è testimonianza di vita. Ogni bordo smussato, ogni graffio sul legno, ogni piega leggera sulla carta racconta una storia. Racconta di un bluff azzeccato, di un dado che ti ha tradito, di un’alleanza nata sul tavolo e poi dissolta in una risata. Un gioco immacolato, invece, è un oggetto statico: bello da guardare, ma muta la memoria, muta la storia.
Non imbusto le carte, quindi, ma le rispetto. Le curo come si cura un libro consumato dalle letture, o una tazza che ha visto centinaia di caffè: l’oggetto vive di tracce. Ogni segno è un ricordo, un momento condiviso, un’esperienza tangibile. Poi ok, capita che questo mio non-imbustare porti a risultati devastanti come per la mia copia di Tales of the Arabian Nights, che, lasciata sul tavolo vista l’ora tardissima in cui abbiamo terminato, si è beccata un bell’inizio di temporale scrosciante. Chiudere i velux alle 4 del mattino mentre vedi inzupparsi il gioco è un’esperienza che non auguro a nessuno!
Ma torniamo al gioco da vivere. Giocare è un atto sociale, e lasciare che il gioco mostri il suo vissuto significa anche rendere visibile la storia di tutti. Un nuovo giocatore, ad esempio, può riconoscere quali siano le carte migliori (o le preferite dal gruppo) da avere in mano, solamente adocchiando i bordi più sbiaditi. Il gioco segna la memoria del gruppo, non solo della scatola.
E lo spuntino? In questo caso, non servono coltelli o cucchiaini. Una pizza calda, appena sfornata, da mangiare con le mani. Morbida, filante, da tenere con un tovagliolo per mantenere non-unte le dita: nessuna cura ossessiva, nessun timore di macchiare il tavolo, giusto l’attenzione che il condimento non cada sulla plancia o le carte. È il gesto semplice e concreto che accompagna la partita, che scandisce il tempo condiviso, che ricorda che il piacere del gioco e quello del cibo possono convivere senza formalità.
Vivere il gioco senza imbustare le carte significa accettare il tempo che lascia il suo segno e vedere ogni in graffio come una medaglia di esperienza.
E così, ogni volta che si mescola un mazzo cercando di seghettare il meno possibile i bordi, studiando magari modi buffi per farlo come spargere tutte le carte sul tavolo e girarle come un calderone, penso che il senso sia questo: giocare significa lasciare tracce, curarsi di non lasciarle apposta, ma accettare ed accogliere che possano arrivare.
Non imbusto le carte, e in ogni segno ritrovo un frammento di vita. E anche il mio Tales con il librone ormai gonfiato dall’acqua asciugata è così indissolubilmente legato ad un aneddoto che non manco mai di raccontare.
Spuntino take-away: per chi si vuole portare via qualcosa di pratico, da consumare dopo!
Chiaramente, imbustare o meno è un qualcosa che resta soggettivo e dipende da come ciascuno valuta e vive il proprio hobby.
Però, c’è una intera categoria di titoli che mostrano per forza di cose il loro utilizzo: il filone legacy! Ad ogni partita, il gioco si modifica: adesivi arrivano sulla plancia o sul regolamento cambiando quel che c’è; carte possono essere strappate o sostituite; pennarelli danno nomi a punti specifici sulla mappa… fino ad arrivare all’ultima partita in cui si ottiene un gioco da tavolo completo e rigiocabile, ma unico rispetto a tutti gli altri nel mondo. Due titoli legacy che consiglierei senza pensarci due volte sono Pandemic Legacy (cooperativo in cui salvare il mondo dalle epidemie) e Ticket to ride Leggende del vecchio West (competitivo di creazione tratte ferroviarie).
Spuntino consigliato: una pizza calda, appena sfornata, da mangiare con le mani. Morbida, filante, da tenere con un tovagliolo per mantenere non-unte le dita

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