
Una sorella e un fratello si danno appuntamento nel loro nascondiglio segreto, dove potersi tramutare in lepri, leoni, custodire tesori e partire per avventure inaspettate. Finché una voce lontanissima li invita a fare ritorno…
L’infanzia è disseminata di rifugi. Covi, fortini, tende, interstizi in cui trovare riparo, nascondersi, custodire una cosa preziosa, immaginare di essere qualcun altro. In questi luoghi, le caratteristiche del mondo esterno possono sospendersi, ribaltarsi, aprirsi a un ordine rinnovato.
Da persone adulte come osserviamo i posti in cui l’infanzia vive? Riusciamo a scorgere e riconoscere il modo in cui bambine e bambini abitano i luoghi, il loro farne casa?
Il libro “Tana” di Melania Longo e Alessandro Sanna (Il Castoro) percorre a ritroso i passi verso un covo d’infanzia: “La mia tana è una casa di rami sottili e foglie canterine che s’intrecciano di verde e profumano di fresco”. Ecco gli ingredienti essenziali per costruire una tana: un intreccio sottile abbastanza per osservare il mondo in tralice, ma solido a sufficienza per sentirsi al riparo e osservare, non visti, quello che accade.
La tana di cui ci racconta Melania Longo è un luogo profumato, le cui fondamenta sono canterine: pronte, come chi le ha poste, ad aprirsi al canto, alla danza, al gioco. Nei covi, infatti, niente è mai dato una volta per tutte: ogni cosa può mutare, reinventarsi, essere riposizionata per rispondere via via a nuove e prima impreviste necessità.
Una tana, inoltre, è un posto proprio su misura per sé: non è detto che gli altri ci possano o sappiano entrare, tant’è vero che la protagonista dell’albo racconta che suo fratello, pur così vicino d’età, “con le sue gambe lunghe, ogni volta che viene a trovarmi ne fa cadere un pezzo”. Può capitare che una sorella e un fratello che in un momento della crescita faticano a trovare il proprio equilibrio possano allenarlo nel progettare insieme un rifugio: per costruire una tana, infatti, occorre che ciascuno prenda spazio e al contempo faccia posto, renda chiari i propri confini ma sia disposto anche a ridisegnarli, renderli morbidi all’occorrenza. Bisogna che si costruisca con cura, tenere in equilibrio frammenti, sperimentare invenzioni e tollerare la frustrazione quando qualcosa non tiene e costringe a rifare tutto da capo. Un allenamento simbolico che predispone allo stare insieme e allo starsi accanto.
La tana è un luogo del possibile: qui si può essere e diventare tutto, entrare e uscire da sé. Un giorno si può essere pirati, un altro guardie, una volta ricci accoccolati o uova che devono schiudersi. Si possono ospitare amici inventati, sognati, allenarsi a qualcosa che nella vita fuori sembra difficile e qui invece si può sperimentare un poco alla volta.
Cos’è poi a richiamare gradualmente alla realtà dopo ogni esplorazione? In quest’albo illustrato è una voce prima lontana e poi sempre più vicina: quella della madre, che può anche trovarsi nella stanza accanto ma è come se chiamasse da un altro mondo: “Lei ci conosce meglio di chiunque altro, sa dove trovarci”.
La persona adulta custodisce con sguardo fluttuante il gioco bambino: c’è, ma non si vede, può essere invitata o più probabilmente verrà tenuta ai margini ma, da quel margine, ricorda quand’è il momento di fare ritorno alla vita di sempre, alla cena pronta in tavola o alle coperte da rimboccare prima del bacio della buonanotte.
Quando le tane si smantellano, ecco che affiorano piccoli tesori inaspettati: un ritaglio, un sasso, una foglia, un piccolo personaggio. Residui che ricordano che poco prima lo spazio ha subito una metamorfosi e, anche adesso che ha fatto ritorno alla normalità, l’incantesimo del gioco in qualche modo permane. Da persone adulte, possiamo ricordare il potere magico dei rifugi d’infanzia leggendo questi versi di Arundhathi Subramaniam:
“Dammi una casa
che non è mia,
dove posso entrare e uscire dalle stanze
senza lasciar traccia,
senza mai preoccuparmi dell’idraulico,
del colore delle tende,
della cacofonia di libri accanto al letto.
Una casa leggera da indossare,
dove le stanze non sono ostruite
dalle conversazioni di ieri,
dove l’ego non si gonfia
a riempire gli interstizi.
Una casa come questo corpo,
così aliena quando provo a farne parte,
così accogliente
quando decido che sono solo in visita.”
Come lo metto in pratica?
A casa e a scuola fondiamo perimetri che facciano sentire di attraversare una soglia. Può essere uno spazio dedicato alla narrazione delle storie, un cerchio dei ricordi oppure un luogo in cui si possa dire ciò per cui è difficile trovare le parole, fosse anche per iscritto.
Predisposto lo spazio, immaginiamo una via per farvi accesso: un rituale, un suono, una candela accesa… A questo punto apriamoci a quello che la regista teatrale Chiara Guidi scrive nel suo “Teatro infantile. L’arte scenica davanti agli occhi di un bambino” (Luca Sossella Editore):
Bambino, insegnami a vedere lo spazio che ho apparecchiato per te.
Spuntino consigliato: mentre si assapora la lettura, Dragées, una cosa buona con un’altra deliziosa e segreta al suo interno.

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