Romanzo

27 Aprile 2026

di Valentina Villani

Se non muoio domani

Tempo di lettura: 4 minuti

Ci sono storie che sono come pugni nello stomaco. Sono storie difficili da ascoltare e ancora più difficili da raccontare, ma una volta iniziate, è impossibile tornare indietro. Come succede in questo libro, dove si resta agganciati alle parole di Pablo Trincia apre scorci su vite distanti dalle nostre, ma solo per un caso fortuito. Ragazze e ragazzi di nazionalità, culture e fedi diverse, accomunati però da un unico e universale desiderio: poter vivere liberi e al sicuro.

Giornalista, autore e tra le voci più riconoscibili del racconto contemporaneo tra inchiesta e narrazione, Pablo Trincia ha costruito negli ultimi anni un modo molto preciso di stare dentro le storie, che passa da una scelta netta: avvicinarsene il più possibile senza mai sovrapporsene, lasciando che siano le persone a tenere il centro del racconto e che a parlare, quando possibile, siano sempre la loro voce e la loro esperienza.

Se non muoio domani“, pubblicato nel 2024, si regge sulle stesse intenzioni. Il libro racconta il viaggio verso l’Europa di tre giovani migranti, ma le similitudini finiscono qui, perché i protagonisti arrivano da contesti geografici, politici e culturali radicalmente diversi, e diverse sono le loro voci, le loro storie, le loro condizioni di partenza. Fatima dall’Afghanistan, Omar dal Gambia, Sasha dall’Ucraina partono per ragioni differenti, attraversano traiettorie lontanissime tra loro, e proprio per questo il libro lavora contro un riflesso molto radicato, quello per cui la migrazione viene percepita come qualcosa di omogeneo, quasi intercambiabile, insistendo invece nel restituire a tutto ciò che precede e attraversa quell’esperienza la sua unicità: il prima, la decisione di partire, il viaggio stesso.

Fatima cresce in Afghanistan, e la sua storia prende forma dentro un passaggio storico preciso: il ritorno al potere dei talebani nell’agosto del 2021, che segna una cesura netta nella vita del Paese e ridefinisce concretamente ogni possibilità di libertà e d’espressione, soprattutto per chi nasce donna. L’accesso all’istruzione femminile viene progressivamente limitato fino a essere, di fatto, negato nella maggior parte dei casi, e in questo contesto il desiderio di studiare non è un progetto tra altri, ma qualcosa che resiste proprio perché continuamente ostacolato, una tensione che attraversa ogni scelta possibile.

Omar parte dal Gambia, e il suo viaggio si costruisce attraversando Paesi che si susseguono senza soluzione di continuità — Senegal, Mali, Burkina Faso, Niger — fino ad arrivare ad Agadez, snodo cruciale delle rotte migratorie verso il Nord Africa. Da lì il movimento cambia natura: il deserto viene attraversato su un furgone sovraffollato, in condizioni estreme, dove anche l’acqua diventa una risorsa da controllare fino a essere alterata, mescolata alla benzina per limitarne il consumo. La Libia segna una frattura ancora più violenta: il rapimento, la prigionia, la perdita di qualsiasi garanzia. Quando riesce a scappare e raggiunge Sebha, il viaggio riprende, ma non torna mai davvero a essere lo stesso, perché ogni passaggio lascia una traccia che modifica tutto ciò che viene dopo.

Sasha arriva dall’Ucraina, e nel suo caso la rottura è improvvisa e databile con precisione: il 24 febbraio 2022, giorno dell’invasione russa, quando la guerra irrompe nella quotidianità e costringe a interrompere una vita già avviata. Il suono delle sirene antiaeree segna l’inizio di una trasformazione che non resta confinata all’evento, ma continua a propagarsi nel tempo, ridefinendo il presente anche quando il movimento sembra concluso.

Sono storie dure, in molti passaggi difficili anche solo da immaginare per chi legge da una posizione di relativa sicurezza. Ed è qui che il libro suggerisce, senza mai dichiararlo apertamente, una specie di rovesciamento dell’epica: questi viaggi assomigliano a odissee senza ritorno, in cui non esiste un luogo a cui tornare, ma solo uno da raggiungere, e in cui il vero punto non è arrivare, ma salvarsi.
Trincia incontra queste vite in Italia — a Milano e a Napoli— quando il viaggio, almeno nella sua forma più evidente, sembra terminato.

Ma è proprio qui che il racconto si apre ulteriormente, perché a emergere non è solo ciò che è stato attraversato, ma ciò che resta: da una parte la distanza dalla propria casa, la mancanza della famiglia, una forma di sradicamento che non si risolve con l’arrivo; dall’altra, però, un processo reale di costruzione, di radicamento possibile, di piccoli spazi conquistati in cui queste vite cominciano a trovare una forma, senza che questo cancelli ciò che è stato lasciato.

C’è un elemento che attraversa tutte e tre le storie senza mai diventare dichiarazione esplicita, ed è il desiderio di studiare, di costruire qualcosa che non sia soltanto sopravvivenza, ma apertura reale verso un futuro diverso. Non viene mai presentato come un ideale astratto, ma come qualcosa di concreto, fragile, continuamente negoziato con le condizioni materiali in cui queste vite si trovano.

Il libro resta dentro questa complessità senza alleggerirla, evitando sia la spettacolarizzazione sia la semplificazione, e soprattutto senza ricondurre queste esperienze a una forma unica. E forse è proprio qui che si gioca la sua forza: nel fatto che non chiede di riconoscere un fenomeno, ma di restare dentro tre vite che non coincidono mai del tutto, nemmeno quando sembrano attraversare lo stesso percorso. Quello che rimane, alla fine, non è una sintesi né una risposta, ma una difficoltà nuova a pensare la migrazione come qualcosa di indistinto, e insieme una forma di attenzione più precisa, che non si accontenta di categorie già pronte.

Spuntino consigliato: un caffè lungo, lasciato lì a raffreddarsi, ripreso a piccoli sorsi tra una pagina e l’altra.

Scritto da
Valentina Villani