
Ragazzi devianti, ragazzi omicidi, giovani vittime. Le etichette sui teenagers si sprecano, ancor di più in occasione di gravissimi episodi di cronaca che vedono protagonisti alcuni di loro. Se poi è presente un’origine straniera, le etichette colpevolizzanti e le interpretazioni semplicistiche si moltiplicano entro un’arena mediatica spesso spregiudicata.
Si chiama teensplaining: il discorso sui giovani che tende a semplificare, ridurre e incasellare la vasta e sfumata condizione di chi è giovane e spesso escluso dalla possibilità di prendere la parola nello spazio pubblico. A esprimersi senza esitazioni sono giornalisti e opinionisti, sociologi, psicologi e neuropsichiatri, rappresentativi di un mondo adulto che ha da tempo superato l’età giovanile.
Ma cosa succede a scuola, il luogo di vita per eccellenza dei più giovani? Fin dalla primaria, bambini e bambine vengono introdotti al silenzio, all’obbedienza e alla passività come attitudini fondamentali del buono scolaro o della buona scolara. La situazione non sembra migliorare nei cicli scolastici successivi, a quanto dicono i dati.
Nel 2020 l’Ocse ha registrato il tempo di parola nelle classi di tutta Europa e dal contesto italiano emerge che l’80% del tempo di parola in classe è in carico al docente e solo il 20% alla classe, con uno 0,8% attribuibile a ogni singolo alunno. Le ragazze più ancora che i ragazzi, gli studenti con cittadinanza straniera più ancora che gli autoctoni, tendono a tacere o ad autocensurarsi. Non è difficile immaginare che per questi alunni la percentuale di parola in classe rasenti lo zero come ci spiega Michele Arena nel suo illuminante libro Dipende dalla classe (2025).
Riempire di parole le nostre ore di lezione può essere rassicurante ma di fatto replica quel modello di mondo poco adatto e poco attento alla condizione dei più giovani. Se vogliamo contrastare il disagio degli adolescenti e la violenza diffusa, dobbiamo darci l’obiettivo di coltivare quotidianamente uno spazio protetto di riflessione e condivisione dove ognuno si senta libero di esprimersi. Si tratta di dare la parola ai propri studenti e ascoltarli, non solo in occasione di circostanze particolare ma ogni giorno; si tratta di mettere all’opera la creatività, come mi ha suggerito un insegnante di un liceo milanese, allestendo un rito collettivo attraverso cui ogni studente possa esprimere un pensiero sul tema “sono un teenager ma non sono…”.
Si scoprono così i mondi interiori dei ragazzi, le loro opinioni e punti di vista sulla realtà, le loro domande esistenziali, fuori da generiche e rudimentali categorie e classificazioni. Si colgono le sfide della loro condizione in questo tempo storico, ma anche tutta la profondità della loro età che, superata l’apertura al mondo tipica dell’infanzia, si concentra sull’interiorità. Si può avere agilmente il termometro delle emozioni in classe e si possono cogliere a tempo zero le sofferenze e i disagi di alcuni, magari i più taciturni.
Di fronte a drammi come quelli che la cronaca scolastica oltre che urbana ci pone, ascoltare i ragazzi e le ragazze assume il valore di un antidoto straordinario alla violenza e alla gestione incontrollata di vissuti di rabbia e frustrazione. Molto più di qualsiasi strumento poliziesco o di controllo dei comportamenti evocato tristemente in questi giorni, sempre da un mondo adulto che ha la parola fin troppo facile.
Suggerimento di spuntino: caramelle balsamiche, per curare le voci degli insegnanti che spesso “scendono in cantina” nei mesi invernali per stanchezza o impiego eccessivo delle corde vocali. Ci ricordano che ricalibrare il tempo di parola e di ascolto in classe fa bene a tutti.

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