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29 Giugno 2026

di Ruggero Poi

La violenza è nel contesto che decide cosa è visibile

Tempo di lettura: 3 minuti

Si moltiplicano le discussioni sulla presunta crescita della violenza giovanile. Così le forme espressive che accompagnano gli adolescenti, come la trap, sono spesso indicate tra le cause di questa tendenza. La domanda “tu come la vedi?” mi lascia spesso in difficoltà, non perché manchino elementi di riflessione, ma perché manca quasi sempre un quadro di riferimento sufficientemente ampio per sostenere una risposta semplice. La mia impressione è cshe per comprendere meglio il fenomeno sia necessario spostare un po’ lo sguardo e vedere dall’alto il contesto sociale in cui viviamo.

Steven (Steven Pinker, Il declino della violenza. Perché la violenza è diminuita, Mondadori, Milano, 2013), nel suo lavoro sul declino della violenza, ha mostrato come la violenza materiale sia diminuita nel lungo periodo storico. Anche molte ricerche sulla violenza fisica tra adolescenti nei paesi occidentali non confermano un aumento lineare del fenomeno. La percezione di crescente insicurezza potrebbe derivare, almeno in parte, da una maggiore esposizione a contenuti che la rendono continuamente visibile.

La diffusione degli smartphone ha, infatti, reso i conflitti tra pari immediatamente registrabili e condivisibili. Episodi che in passato restavano confinati a contesti locali oggi possono circolare in tempo reale, assumendo una dimensione pubblica e cumulativa. Fin qui niente di nuovo.

Per alzare lo sguardo può essere utile tornare a Pinker e interrogarsi sulle condizioni storiche che hanno permesso il declino della violenza, verificando se siano ancora pienamente attive o se, in alcuni casi, stiano perdendo efficacia. Il monopolio statale della forza, l’interdipendenza economica, l’ampliamento della sfera empatica e lo sviluppo del pensiero razionale, hanno storicamente funzionato come veri e propri “dispositivi di riduzione” della violenza. Tuttavia, nei micro-spazi digitali, molto frequentati dagli adolescenti, questi meccanismi agiscono in modo meno diretto. Non è un caso che anche la politica, ormai assorbita nello stesso ecosistema social, tenda sempre più spesso verso forme di comunicazione polarizzate e aggressive.

La violenza giovanile appare allora solo una parte di una trasformazione più ampia: quella del contesto “social e sociale” insieme. È qui che lo sguardo educativo dovrebbe spostarsi, dall’analisi della quantità di violenza alla comprensione delle sue modalità di circolazione e delle infrastrutture tecnologiche che ne modificano la forma. In questo scenario anche la trap può essere letta come fenomeno sintomatico, più che come causa.

Alcuni studi sui testi evidenziano la ricorrenza di temi come autocelebrazione, rabbia, violenza e disparità di genere. La loro presenza non è casuale, ma si inserisce in un ecosistema che premia determinati registri emotivi. La produzione culturale contemporanea si sviluppa infatti dentro piattaforme digitali che organizzano la visibilità secondo logiche economiche precise. L’attenzione immediata diventa la principale moneta di scambio, e le emozioni più intense risultano anche le più efficaci in termini di diffusione e interazione. In questo senso, l’ecosistema tecnologico produce una selezione artificiale che determina ciò che emerge e ciò che viene oscurato secondo criteri di premialità definiti dagli algoritmi.

In questo quadro il rapporto tra educazione, economia e politica si intreccia in modo sempre più stretto, e la scuola, a mio avviso, non può più rappresentare l’unica risposta possibile. Il punto diventa allora agire su un ecosistema più ampio. La cultura di massa, in questa prospettiva, non coincide con un settore separato della società, ma con il suo funzionamento quotidiano. Ogni società educa continuamente attraverso ciò che rende visibile, ciò che premia e ciò che amplifica. In un ambiente sociale che valorizza cooperazione, complessità e reciprocità, anche le narrazioni più estreme restano percepite come rappresentazioni, maschere simili alla logica del wrestling (come suggerito in alcune interviste da Don Joe a Marracash). Se la cultura di fondo premia la costante competizione, aggressività e visibilità diventano la misura del valore e le stesse narrazioni rischiano di trasformarsi in modelli impliciti di comportamento.

Non si tratta di evocare modelli nostalgici di comunità perdute, ma di immaginare infrastrutture sociali nuove, adeguate al presente. Spazi e politiche che non cancellano la complessità contemporanea, tra reale e virtuale, ma la rendono abitabile. La cultura della convivenza non nasce infatti dalla rimozione del conflitto, ma dalla costruzione di contesti in cui il conflitto possa essere elaborato senza trasformarsi in violenza. In questa prospettiva, lo stesso testo che mi trovo a scrivere completa i precedenti interventi dedicati all’“analfabetismo mondano”, alla trasformazione dei sistemi di attenzione e percezione (“Perdere il mondo in due secondi o prenderlo in ventisette”) e alla riscoperta del corpo e della socialità nei sistemi d’apprendimento (“Mentre i robot danzano, cosa resta della scuola?”).

Usciamo dalla lente del disagio, e affrontiamo le questioni in chiave ecosistema con un cambio di paradigma nelle infrastrutture educative e culturali che oggi organizzano l’esperienza collettiva politico-economica.

Spuntino consigliato: pezzo di pane caldo abbrustolito, olio d’oliva con un po’ d’aglio e un pizzico di sale. Per il pomodoro chiedi al tuo vicino…

Scritto da
Ruggero Poi